48 nella smorfia napoletana: il morto che parla
«'o muorto che parla»
Nella smorfia napoletana il 48 è «'o muorto che parla», il morto che parla. Segue direttamente il 47, «'o muorto», e ne rappresenta una variante precisa: non il defunto in sé, ma il defunto che si fa sentire, che appare e comunica. È un'immagine profondamente legata alla sensibilità napoletana, in cui il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti è sempre stato percepito come sottile.
Da dove viene questo significato
L'origine precisa dell'abbinamento con il numero 48 non è nota. È però evidente il legame con il numero precedente: la smorfia mette in fila le due immagini, prima il morto e poi il morto che parla, come se la seconda fosse uno sviluppo della prima.
Il caso più comune in cui un defunto «parla» è il sogno. Nella cultura popolare napoletana, e più in generale dell'Italia meridionale, sognare un parente scomparso che rivolge la parola è sempre stato considerato un fatto significativo, da non liquidare come una semplice fantasia della notte. Il sogno veniva raccontato in famiglia, commentato, a volte interpretato come una richiesta di preghiere o come un segno di vicinanza.
Proprio perché nasce come raccolta di interpretazioni dei sogni, la smorfia ha dato a questa esperienza un numero tutto suo, distinto da quello del semplice morto.
Le anime che parlano ai vivi
- Nel culto delle anime pezzentelle, diffuso soprattutto al Cimitero delle Fontanelle e nella chiesa del Purgatorio ad Arco, si raccontava che l'anima di un teschio adottato potesse apparire in sogno al devoto, rivelando qualcosa di sé o chiedendo «refrisco», cioè sollievo, attraverso preghiere e cure.
- Le anime del Purgatorio, nella devozione popolare, sono considerate in attesa e bisognose dell'aiuto dei vivi: per questo il loro manifestarsi non era vissuto come qualcosa di spaventoso, ma come un dialogo tra persone legate da un affetto che non si interrompe.
- Il teatro napoletano ha raccontato spesso il confine tra vivi e defunti. In «Questi fantasmi!» di Eduardo De Filippo il protagonista crede che la casa in cui si è trasferito sia abitata da spiriti, e la commedia lascia lo spettatore sospeso tra realtà e suggestione.
- Ancora oggi, in molte famiglie, raccontare di aver sognato un nonno o un genitore scomparso resta un momento carico di emozione, spesso condiviso con discrezione.
Che cos'è la smorfia
La smorfia è un'antica tradizione napoletana che associa a ciascun numero da 1 a 90 un significato: oggetti, persone, situazioni, parti del corpo. Il nome viene comunemente collegato a Morfeo, il dio greco dei sogni, perché per secoli la smorfia è stata usata per «tradurre» i sogni in numeri. Oggi è soprattutto un pezzo di cultura popolare, fatto di modi di dire, ironia e memoria familiare.